IL DISAGIO DEI GIOVANI

07.09.2015 17:43

Questa mattina parlando con una giovane donna riguardo situazioni ricorrenti che la vedono protagonista, cercando di analizzarle ci sono venute alla mente dei quesiti: perché non ci sono in giro ragazzi in grado di prendersi le proprie responsabilità? Perché i ragazzi ti chiedono soltanto di avere storie, se possono essere definite tali senza impegno alcuno, soltanto se c’è modo, voglia o tempo? Perché tendono a non aspirare più ad una famiglia pur avendo 30 anni suonati? Da qui è nato questo articolo: “Il disagio giovanile.”

Il disagio giovanile è un tema oggi ampiamente trattato, nel senso che i giovani diventano portatori di un disagio attraverso varie forme. Con quali sintomatologie cercano di comunicare il loro disagio? E’ infrequente che dicano: io sto male. Molto spesso i sintomi sono di tipo ossessivo, sono di tipo depressivo, sono di tipo angoscioso, sono di tipo apatico. Come genitori e come esseri umani ci poniamo la domanda di cosa sia questo genere di disagio e da cosa nasca il disagio giovanile. Cioè se questo sia un problema che in qualche modo si presenta attualmente o si tratta di un disagio che c’è sempre stato ed  attualmente tende ad enfatizzarsi ed emergere.?

Il disagio giovanile prima di essere un problema sociale è un problema dovuto al rapporto genitori / figli. Questo rapporto è da sempre stato critico, ma attualmente attraversa una fase ancora più delicata in quanto viviamo in un momento sociale fortemente nichilistico e relativistico, in cui le grandi ideologie tendono ad essere al tramonto, quindi il problema è quello della formazione di giovani in assenza di ideologia che possono supportare la formazione stessa.

Una figura fortemente critica ed in crisi come modello educativo è la figura paterna, che ha la funzione di traghettare il figlio dalla simbiosi e dalla onnipotenza materna alle difficoltà del mondo esterno. Non a caso si dica che la madre insegni l’amore ed il padre la vita. Questo per dire che la figura paterna deve essere in grado di somministrare frustrazioni, di dire NO. Oggi vediamo che i padri sono piuttosto amici dei figli, sono piuttosto compagni dei figli, ma hanno una scarsa influenza nel dare una direzione, una direzionalità ai loro processi psichici. Questo perché sono le prime vittime della carenza ideologica che sta attraversando la società in questo momento. Se vogliamo trovare una matrice comune al disagio dei giovani, al motivo che può supportare il disagio giovanile, lo troviamo proprio nella difficoltà a somministrare una politica frustrazionistica ai giovani, proprio quando devono riceverla. Secondo gli psicanalisti le frustrazioni sono importanti proprio per creare il processo di pensiero. Nel senso che il bambino proprio con il NO riesce a percepire cosa è suo e cosa è il mondo esterno. Pertanto l’onnipotenza simbiotica dalla figura materna può essere superata soltanto attraverso la frustrazione, attraverso il No, che deve essere fornito soprattutto dal padre. Questo è il grande problema di oggi, il padre assente. Non dimentichiamoci delle donne, le quali da una parte sono assorbite da forme lavorative che le spingono a cercare la realizzazione sociale, generando una carenza nei confronti del figlio, ossia una insufficienza di tempo da dedicargli. Viceversa ci sono le casalinghe in difficoltà. Cosa fanno le casalinghe in difficoltà? Come si realizzano in quanto donne?? Il rischio in questi casi è quelli di simbiotizzare il figlio, cioè di impedire che il figlio abbia una propria autonomia, perché in questo caso ad essere temuto è proprio il distacco del figlio dalla famiglia, “siccome il figlio è una parte di me, siccome il figlio è una parte della mia realizzazione, siccome il figlio è parte della realizzazione della mia femminilità, io inconsciamente ostacolerò una sua autonomizzazione, tenderò ad essere la principale oppositrice della sua individualità.” Ecco in qualche modo abbiamo il giovane che rimane in casa. Perché? Perché è la struttura ortopedica della struttura familiare stessa, è lui che è la soluzione del problema, nella struttura familiare, in quanto in qualche modo contribuisce a dare un senso e un valore ai propri genitori. Quindi andando a generalizzare abbiamo un padre che non è in grado di somministrare frustrazioni, una madre che oscilla tra ambizioni organizzative per quanto riguarda la propria carriera e tendenze simbiotizzanti nei confronti del figlio, in un caso provocando carenze in un qualche modo formative e nell’altro invece creando problemi di distacco da parte del figlio.

Le persone che si fanno carico della nostra infanzia, sono in grado di svolgere quel ruolo così carenziale dei genitori? Molto difficile,prendendo casi limiti, negli ultimi anni i figli sono affidati a delle baby sitter che addirittura a volte non hanno neppure la capacità linguistica, che svolgono più una funzione di sorveglianza che una funzione pedagogico – formativa. Però intanto i genitori sono tranquilli perché i figli sono affidati a qualcuno, ma qualcuno chi? Qualcuno che non conosce il linguaggio, qualcuno che non dia la possibilità al bambino di padroneggiare il linguaggio attraverso strumenti di identificazione?

Altro problema fondamentale è che la maggior parte dei diplomati e laureati, ritiene di non aver ricevuto competenze utili per svolgere il proprio lavoro, un lavoro che purtroppo in questi anni è difficilissimo da trovare e chi ce l’ha da poter mantenere.

Pensiamo invece ad internet e le chat. Qual è il problema delle chat? Le chat hanno infatti la caratteristica di poter assumere qualunque identità, io in chat posso essere chiunque, cambiare sesso, età, qualunque cosa di me. Questo può glorificare il giovane, ma non può testimoniare una solida identità che deve essere mantenuta, pertanto ciò significa solo giocare con varie maschere, giocare con varie parti di se, non esporre un’identità certa e consolidata.

Il problema fondamentale di oggi è che il giovane non riesce a conoscere il proprio limite, non avendo frustrazioni somministrate al punto giusto, al momento giusto e dalle persone giuste. Precedentemente,nei giovani delle generazioni precedenti il conflitto che esisteva era nel dover fare qualcosa e nel non doverla fare, oggi invece il conflitto esiste tra il poter fare qualcosa e il non poterla fare. Quindi se io non riesco a fare qualcosa per una mia incapacità non ho successo. Il successo è parametrato all’esplitazione delle mie massime capacità, se non riesco a esplicitarle sono un fallito. Il senso del dovere, l’etica nella società attuale è profondamente indebolito. Il giovane non tende a sentirsi in colpa perché ha fatto qualcosa che non doveva fare, tende a sentirsi inadeguato per ciò che avrebbe potuto fare e non è riuscito a fare. Nell’era che ci ha preceduto le carenze erano effettive, non c’erano angosce perché mancava il limite, c’era una povertà effettiva, c’era la tendenza a rendersi autonomi dai propri genitori, a farsi una vita il più rapidamente possibile, oggi invece le adolescenze sono particolarmente prolungate. Pensiamo infatti che nel nostro tempo quasi un uomo su due taglia il traguardo dei 35 anni senza essere sposato ed avere dei figli. Nelle generazioni precedenti questo fenomeno interessava uno su dieci. Come mai oggi il giovane rimane nella famiglia di origine? Prima di tutto perché i processi formativi sono molto ritardati, ossia prima di arrivare, di essere pronti, ci vuole molto più tempo rispetto a prima, in secondo luogo perché nella famiglia c’è una permissività che prima era sconosciuta. Il giovane rimane in famiglia perché  per esempio se vuole avere rapporti sessuali con la ragazza, rimane nella famiglia originaria,resta a casa, chiuso in camera sua. Per le generazioni precedenti il confronto con i genitori era diverso: “quella li qui non la porti”. Questa è una delle tante facilitazioni che tende a rendere difficile l’autonomizzazione dei giovani. I giovani tendono anche per altri motivi a non abbandonare il nido sicuro, oltre semplicemente che per maggiore permissività, anche per le difficoltà a farsi una posizione. Lo stesso argomento non vale purtroppo per quei pochi fortunati che invece hanno un contratto a tempo indeterminato. Bè, coloro spesso preferiscono non prendersi impegni, non affrontare la vita nelle sue avversità, perché è molto più comodo e semplice restare ancorati li, piuttosto che dover necessariamente crescere. Sono persone, molto spesso, rimaste bloccate in uno stato tipicamente infantile e da esso ne possono uscire soltanto se sono loro a volerlo. Le generazioni dei nostri padri erano quelle in cui i pasti erano consumati in famiglia, tutti insieme allo stesso tavolo e la domenica si mangiava il pollo arrosto con le patate. Oggi ognuno mangia a seconda dei propri orari e delle proprie esigenze. Però non è tanto un problema del pasto, ma il fatto è che almeno quel quarto d’ora, si parlava insieme. Oggi in molte realtà non c’è più neanche questo. Oggi c’è il pranzo pronto sul tavolo, chi arriva, arriva, chi mangia, mangia.

L’etica e la morale nascono dalle costrizioni, senza quelle non c’è nulla.

La società in cui viviamo vuole degli autonomi che siano ben stimolati la mattina (ed ecco che si abusa di stimolanti, serotoninergigici come prozac o derivati o cacaina) e che la sera prendano le benzodiazepine perché il giorno dopo possano essere nuovamente stimolati.

Probabilmente noi possiamo riscoprire la nostra esistenza ed il piacere della nostra esistenza mediante la lentezza, la comunicazione l’uno con l’altro, attraverso il piacere e il bisogno di aiutare chi è meno fortunato e chi ha meno di noi.